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RUBRICA/ Vestiti e comportamenti nel XV secolo

Rubrica “Alla scoperta del XV secolo” – 11.03.2013
Vestiti e comportamenti nel XV secolo
A cura di Giulia Marini

 

 “Nell’etichetta la società di corte si rappresenta per se stessa; ogni singolo individuo si distingue dagli altri e tutti insieme si distinguono dagli esclusi”

Norbert Elias

Nel corso del XV secolo era determinante la necessità del contesto, infatti era fondamentale sapere chi e per chi indossava gli abiti preziosi che gli artigiani producevano e a quale espediente estetico si faceva ricorso per dichiarare la marginalità: la corte era il luogo primario di sfoggio di tutto questo ed era un mondo a parte nel quale le vesti assumevano un ruolo sostanziale.

In tutte le corti, infatti, ogni cortigiano contribuiva al gioco dell’ostentazione, che non era solo rivolto ai forestieri per sottolineare la potenza della propria corte, ma serviva anche come aggregante e rafforzante dell’unità della corte stessa. Gli uomini del duca indossavano le livree per essere riconosciuti come tali e per esibibile, inoltre, anche la potenza del proprio signore; questi uomini, i paggi, le dame, contribuivano a creare uno sfondo uniforme e ricco su cui spiccava in particolare la coppia signorile. Questo, con le regole da seguire a corte, segnavano le distanze tra tutti coloro che appartenevano a questo mondo di privilegiati e gli esclusi.

Nelle ricorrenze più importanti, come ad esempio i matrimoni, l’oro risplendeva nelle vesti più importanti, come i broccati d’oro e d’argento, che, anche se presero a diffondersi dalla metà del XV secolo, se ne faceva ampio uso anche quando era di importazione. Oltre ai tessuti preziosi, determinanti erano anche i simboli di appartenenze, come la livrea per gli strati più bassi o i motti e gli emblemi per la famiglia signorile ricamati o dipinti sugli abiti.

Le nobildonne, tra le più importanti troviamo Beatrice d’Este moglie di Ludovico il Moro, considerata da molti un modello al quale conformarsi, hanno avuto un ruolo di apripiste nel campo delle vesti e degli ornamenti, definendo mode e tendenze con le loro scelte stilistiche ma, allo stesso modo, è stato determinante il contributo di artisti illustri come Leonardo da Vinci, Pisanello, Bramante, Ambrogio de Predis, nel rappresentare e far conoscere la potenza della corte. Tutto questo contribuiva a tenere alta la fama di una corte: i vestiti dunque non significavano solo vanità.

imgOltre a stabilire norme estetiche per chi abitava a corte o in città, anche chi lavorava era soggetto a precise legislazioni. Al lavoro, maggiormente praticato era quello nei campi,  si indossava l’abito quotidiano, semplice e funzionale e il grembiule era il capo che caratterizzava sia in città che in campagna gli uomini e le donne che lavoravano. Gli abiti dei contadini erano prevalentemente di colori grigi o scuri, che rimasero tali anche quando si diffuse il gusto per il colore e le nuove tecniche di tintura; le stoffe di qualità mediocre mantenevano in genere la tinta della lana e questo “non colore” era il più diffuso della campagna. La semplicità delle vesti dei contadini contrastano con la ricchezza e la stravaganza delle vesti signorili e soprattutto la smisurata ampiezza delle maniche a rivelare la condizione di privilegio degli appartenenti all’ambiente signorile, ai quali non spettava svolgere alcun compito pratico, precluso, del resto, dall’ampiezza delle proprie vesti.

In città farsetto e calze, anche di più colori, erano il tratto caratteristico degli uomini giovani nel corso del XV secolo; come sopravveste si indossavano guarnacche, pellande, coppe o sacchi. Le donne portavano gonnelle dette anche gamurre o socche: esse avevano quasi sempre maniche staccate ed erano ornate da frange e da ricami, il cui effetto d’insieme era di eleganza ricercata. L’uomo non più giovane portava il luccio, mentre la toga era adottata da dottori e mercanti; molti portavano il farsetto sopra al quale indossavano la veste, l’abbigliamento maschile più diffuso. Bernardino da Siena ci racconta, scandalizzato e sorpreso, le vesti che si potevano vedere in città: vesti d’oro e di seta, verdi, rosse, scarlatte, celesti o rosate, rigate, dipinte e frappate; abiti estivi e abiti invernali, da città e da campagna, da giorno e da sera, vesti strette, ampie, corte, lunghe; abiti con maniche tanto ampie da sembrare ali o molto attillate e in alcuni casi così corte che, quando in estate non si sovrapponevano altri indumenti, chi li indossava mostrava tutto a tutti.

Fogge e tinte delle vesti, dalla corte alla campagna, distinguevano dignità e funzioni di chi le indossava e comunicavano inoltre età, condizione personale, posizione sociale e stati d’animo; i colori, come è noto, potevano illustrare anche le diverse stagioni della vita politica di una determinata città. Le vesti, quindi, erano un linguaggio non scritto che facilitava la comunicazione ed era capito da molti, “non è piccolo argomento della fantasia chi lo porta” (Baldesar Castiglione).

 

Fonte: “Guardaroba medievale: vesti e società dal XIII al XVI secolo ( Maria Giuseppina Muzzarelli, Il Mulino – 1999)

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