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RUBRICA/ LA COSMETICA NEL MEDIOEVO

Nel Medioevo, a causa della rigida austerità e pudicizia imposte dalla Chiesa, le donne adoperarono la cosmetica con molta parsimonia e in modo poco appariscente. Allora i bagni erano additati come luoghi di promiscuità e perdizione fino a farli diventare causa di epidemie e per questo pian piano cadde in disuso. Nonostante questo, i rigidi dettami della chiesa non fermarono l’istinto e il desiderio delle donne di apparire belle ed eteree. Era di credenza comune che la ammaliava e conquistava il futuro marito con artifici e piccoli inganni che poi già dalla prima notte di nozze, sfumavano per scoprire la vera essenza della moglie, che si rivelava brutta a tal punto da rendere impotente il novello sposo. Nei secoli a seguire, però, con le crociate e l’intensificarsi delle rotte mercantili in Oriente, furono comunque reintrodotti trucchi, unguenti, pomate e profumi per la cura del corpo. Nel periodo feudale poi si diffuse ampiamente il modello culturale cortese insieme all’ideale di bellezza nordica favoreggiato dai racconti di bellissime castellane. Fu così che si diffuse il modello di bellezza femminile normanna: carnagione chiara, occhi azzurri e capelli biondi, uniti a portamento elegante, abiti di prestigio, acconciature laboriose, trucco ricercato e gioielli di manifattura eccezionale.

L’estetica femminile abbandona i suoi tratti forti, marcati, per passare a un’idea di bellezza la più naturale e pura possibile a causa dei numerosi dettami della chiesa, additando come prostituta chi utilizzava prodotti che andassero oltre la cipria o il rossetto, ovviamente in toni molto tenui.

In questo periodo era molto forte il divario, paradossale, tra la pochissima igiene personale e l’uso abbondantissimo di colonie e impacchi per rendere la pelle diafana, realizzati spesso con prodotti nocivi come la biacca, il piombo e l’arsenico che causavano non pochi problemi alle pelli delle ignare donne.

La ricerca del pallore divenne un’ossessione che includeva anche la quasi nulla esposizione alla luce del sole utilizzando protezioni ed ombrellini; questa scelta aveva anche un valore sociale poiché distingueva ulteriormente le donne del popolo che lavoravano nei campi o comunque all’aperto e quindi si abbronzavano, dalle donne nobili, aristocratiche, che vivevano a corte e non avevano bisogno di lavorare.

Il biancore del viso era sottolineato da un lieve velo roseo sulle gote, da sopracciglia disegnate e scure e da una fronte alta che spesso, veniva ricavata tramite la rasatura o applicando sui capelli “indesiderati” del sulfureo naturale d’arsenico mischiato a della calce viva.

Nonostante questo periodo avverso, la cosmetica continua comunque il suo percorso e il suo studio, producendo anche il primo trattato di cosmetica medioevale: il De ornatu mulierum, un’opera di Trotula de Ruggiero. Questo trattato fu realizzato unendo le conoscenze impartite dalla più antica scuola medica universitaria d’Europa a Salerno e l’importazione di nuove piante e di nuovi prodotti legati ad altre culture, svilupparono la curiosità dei grandi scienziati del tempo.

In questo trattato troviamo studi e consigli con ricette su come curare la pelle, tingere i capelli, sbiancare i denti, togliere le borse dagli occhi, truccarsi il viso, le labbra e anche per eliminare l’alito cattivo. Questi i punti principali del trattato che anticipava forse l’avvicinarsi del rinascimento, periodo in cui la cosmetica inizia a rifarsi sentire tramite acconciature sempre più elaborate con inserti preziosi, labbra più rosse e nevi del viso marcati e resi visibili.

 

Un’altra donna che si è molto dedicata alla cosmetica è stata Caterina Sforza (1463-1509), figlia illegittima di Galeazzo Maria Sforza, duca

250px-Caterina_Sforzadi Milano, poi signora di Forlì e madre del capitano di ventura Giovanni Dalle Bande Nere, fu nota e ammiratissima in Italia soprattutto per il suo coraggio e la sua cultura. Donna di straordinaria bellezza e temperamento, si è occupata a lungo di erboristeria, medicina, cosmetica e alchimia, lasciandoci un libro di ricette e di procedimenti: Experimenti della excellentissima signora Caterina da Forlì. Composto di quattrocento settantuno ricette che presentano rimedi per combattere le malattie e, più semplicemente, per preservare la bellezza del viso e del corpo, è ricco di formule contorte ed enigmatiche inventate dalla stessa Caterina che si dilettò per tutta la vita con veri e propri esperimenti chimici. Tra alcune prescrizioni vi sono comunque intuizioni moderne come l’uso del cloroformio per anestetizzare il malato durante gli interventi chirurgici.
Caterina era considerata molto competente e preparata in campo cosmetico, avendo fatto della cura del corpo un ideale di vita e intrattenne una ricchissima corrispondenza con medici, speziali, scienziati, nobildonne per scambiarsi questi segreti di bellezza.

La più famosa tra le ricette di Caterina è l’Acqua celeste. Come lei stessa dice, “questa acqua è de tanta virtù che li vecchi fa devenir giovani et se fosse in età di 85 anni lo farà devenir de aparentia de anni 35, fa de morto vivo cioè se al infermo morente metti in bocca un gozzo de  ditta acqua, pur che inghiottisce, in spazio di 3 pater noster, ripiglierà fortezza et con l’aiuto de Dio guarirà.” L’acqua celeste, una sorta di tonico per la cute, conteneva decine di ingredienti tra cui salvia, basilico, rosmarino, garofano, menta, noce moscata, sambuco, rose bianche e rosse, incenso, anice. Un’altra ricetta molto apprezzata serviva ad arrossare le guance, le pezzette “de Levante, ” ed era realizzata da allume di rocca, calcina viva e brasile, ossia un legno tratto da un albero asiatico che tingeva in rosso brace e era usato anche per i tessuti. La calce viva, o ossido di calcio, che oggi è utilizzato solo come materiale da costruzione, causava, infatti, un arrossamento della pelle. Si raccomandava di lavarla via dopo l’uso, quando cominciava a pizzicare, senza rendersi conto che il fenomeno era l’inizio di una pericolosa infiammazione.

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